Mafia nel Lodigiano, parla Cavalli

Il resoconto dell’audizione presso la Commissione Antimafia della Provincia di Lodi. Da Il Cittadino.

L’attore sotto scorta lancia una miriade di proposte: dal database degli appalti al numero di emergenza per il racket

«L’antimafia? Tocca alla politica “osare”»

Ieri l’audizione del consigliere regionale Cavalli in Commissione

L’antimafia? Prima di tutto tocca alla politica osare, a tutti i livelli. Perché non basta sostenere le manifestazioni a Castel Volturno per gli stranieri sfruttati dal caporalato e poi ignorare i romeni che lavorano a Lodi. Giulio Cavalli, consigliere regionale ma anche attore-regista che la mafia la conosce “da vicino” – il suo impegno sul palco gli è costato una serie di minacce e oggi è sotto scorta -, ieri ha partecipato alla Commissione antimafia della Provincia di Lodi, convocata dal presidente Nicola Buonsante.

Cavalli è un fiume in piena. Anche se non si reputa un esperto della situazione sul territorio, osserva che ormai da tempo è evidente che il clan dei gelesi si sia stanziato anche nel Lodigiano. «Se avessimo guardato con curiosità ad alcuni fatti, ce ne saremmo accorti», dice. I settori più gettonati dalla criminalità organizzata? Videopoker, movimentazione terra, forniture alimentari o esercizi commerciali. «Quando proveremo a controllare questi settori? – si domanda -. Quando ci chiederemo chi sono i fornitori di materiali (calcestruzzo e bitume, ndr) del Lodigiano, chi si occupa dell’installazione dei videopoker? Se ci accorgessimo che i videopoker sono suddivisi in zone, allora vorrebbe dire che alle spalle c’è una spartizione territoriale. E le proprietà immobiliari invendute? Si può stilare una mappa, controllare se ci sono intrecci industriali. Le leggi vanno usate e osate. Perchè non si intrecciano in un database gli appalti comunali? Potrebbero esserci delle sorprese».

Una valanga di proposte

Cavalli “snocciola” in continuazione idee e proposte che potrebbero vedere la luce sul territorio, senza scomodare risorse e senza aspettare troppo tempo. Insiste più volte sul numero di emergenza per racket e usura in grado di garantire l’anonimato, chiede controlli più stringenti sui subappalti e sulle imprese che negli ultimi cinque anni hanno realizzato opere pubbliche, com e le rotonde. Lancia il sito con l’elenco degli appalti pubblici, ma anche la possibilità di schedare le targhe dei mezzi che si occupano di movimentazione terra negli appalti. Rilancia una riflessione sulle cave, sul caporalato, sull’incarico dei dirigenti tecnici nelle amministrazioni, «il cui ruolo è più importante degli assessori».

E ancora: «Nel Lodigiano sono stati scoperti alcuni casi di imprenditori che hanno pagato il pizzo, allora perché le associazioni di categoria non ne hanno mai espulso uno? Viviamo in un territorio in cui “la mafia non esiste”, ci preoccupiamo tutti dei bar del centro e ci facciamo fregare in periferia».

Un problema culturale

La mafia è un problema culturale. O meglio, «di alfabetizzazione», Cavalli ne è sicuro. Un ruolo che spetta alla politica prima di tutto e che significa in poche parole prendersi la responsabilità di parlare di mafia e di raccontare quello che accade a due passi da casa. Dal suo punto di vista, per capirlo è bastato osservare la reazione del Lodigiano di fronte alle sue vicende personali, ovvero le minacce mafiose ricevute per il suo impegno contro le cosche come attore e regista: «Una macchina del fango che ha funzionato anche qui, non per inferiorità morale ma perché il percorso culturale presume un processo di alfabetizzazione».

Se la Lombardia è davvero “colonizzata dalla ’ndrangheta”, sostiene Cavalli, «allora apriamo una discussione, anche le forze dell’ordine e la procura devono rispondere a un carattere di emergenza, questo presuppone che anche i diversi comandanti di stazione siano pronti».

Se ci si trova di fronte all’invasione della ’ndrangheta «è curioso che sia sempre nelle province circostanti e mai nella nostra, un federalismo che a un certo punto bisognerà risolvere».

Di fronte alla Commissione, Cavalli pone a tutti delle domande, senza voler essere provocatorio. Si chiede per esempio perché la politica spesso non prenda posizione in attesa che “la magistrature si pronunci” o che l’inchiesta prosegua: «La politica non ha il dovere di rispondere alla magistratura, ci sono cose non tollerabili – commenta -. Il “non parlarne” per non disturbare l’attività investigativa è una cavolata tremenda. In Regione sono stati rimossi dei dirigenti anche se non erano ancora rinviati a giudizio, perché è una questione di opportunità. Siamo stufi delle persone con un incarico pubblico che non ci rendono conto delle loro azioni, che non prendono posizione, che non si assumono responsabilità. Altrimenti poi le poche persone che parlano sembrano dei cecchini».

Nel corso della Commissione sono intervenuti i consiglieri presenti – Ferrari, Cutti, Soldati, Romaniello, Pinchiroli -, i quali a loro volta hanno lanciato alcune proposte.

Destra o sinistra che importa

E dal momento che le cosche in Lombardia sono riuscite a dimostrare senza difficoltà che hanno bisogno di affidarsi a chi governa, Cavalli ha sottolineato più volte quanto ci sia bisogno della politica. Quella con la “p” maiuscola, quella per una volta unita nella battaglia. È per questo motivo che il discorso del consigliere regionale non vuole essere «partitico», bensì «politico». A chi non volesse capire, Cavalli ricorda le parole di Vincenzo Mandalari, il boss di Bollate, intercettato nel corso di una telefonata: «Destra o sinistra non ce ne frega niente, l’importante è che ci facciano le rotonde».

Greta Boni

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